• Separazione e divorzio affidamento dei figli, affari patrimoniali, responsabilità dei coniugi e tempistiche della causa.
  • Incidente stradale operazioni preliminari, valutazione dei danni patrimoniali e personali, gestione delle pratiche assicurative, risarcimenti.
  • Il mobbing come si affronta la costante dequalificazione professionale, come si gestisce l'emergenza relazionale?.


  • Separazione e divorzio affidamento dei figli, affari patrimoniali, responsabilità dei coniugi e tempistiche della causa.
  • Il mobbing come si affronta la costante dequalificazione professionale, come si gestisce l'emergenza relazionale?.
  • Incidente stradale operazioni preliminari, valutazione dei danni patrimoniali e personali, gestione delle pratiche assicurative, risarcimenti.


L’INTERESSE DEI FIGLI MINORI E’ LO STESSO DEI GENITORI?

martedì, febbraio 20, 2018 @ 02:02 PM
Autore: Avv. Rosalida Trancucci

Ormai, già da un po’ di tempo stiamo assistendo al dilagante diffondersi di particolari diete dettate sì da motivi di salute, ma anche da motivi etici e morali e/o di carattere pseudoreligioso, o solo dalla moda…

In ogni caso coloro che si dichiarano vegetariani, vegani, crudisti e così via, possono tranquillamente decidere per sé, ma possono imporre determinate regole alimentari anche ai propri figli, in particolar modo nell’età dello sviluppo?

Questo argomento riguarda, dunque, tutti coloro che intendono scegliere determinati regimi alimentari anche per i propri figli.

Il Tribunale di Roma, Sezione I^ Civile, ha dovuto pronunciarsi su una questione, sottopostagli dal padre di una minore nell’ambito del regime alimentare a cui era stata sottoposta dalla madre con cui coabitava, con sentenza del 19 ottobre 2016 (pubblicata nella rivista Famiglia e diritto).

Ritengo sia interessante esaminare questa sentenza, in particolare sulla scelta del regime alimentare da far seguire ai figli.

Nel caso in esame si trattava di un contrasto insorto fra i genitori, poiché la madre aveva deciso di praticare per la figlia minore un rigido regime “vegano”, con esclusione di prodotti animali e loro derivati (carne, pesce, uova, latte, latticini ecc.), nonché di cereali raffinati.

Tale scelta veniva presa unilateralmente, senza un accordo e/o un confronto con il padre della minore, che se ne doleva ricorrendo giudizialmente.

Oltre alla mancata condivisione della scelta del regime alimentare per la figlia minore, il padre ricorreva temendo che tale scelta potesse rivelarsi pregiudizievole per il sano sviluppo della figlia, avendo lo stesso richiesto un esame medico, con il rilascio di un certificato dal quale risultava la scarsa crescita ponderale in altezza, oltre che a costringere la figlia a seguire tale regime alimentare anche a scuola, subendo, a detta del ricorrente, una vera e propria “ghettizzazione”, suscettibile di ripercussioni anche sul piano psicologico.

Il Tribunale di Roma riteneva che la decisione relativa al regime alimentare del figlio/a minore dovesse indubbiamente considerarsi di “maggior interesse” e quindi da prendersi di comune accordo tra i genitori, ai sensi dell’art. 337 ter, 3° comma c.c., salvo il necessario intervento giudiziale in caso di disaccordo, poiché argomento inerente alla salute.

Il Collegio romano, dunque, dopo aver accertato il buono stato di salute della minore e l’assenza di allergie e/o intolleranze sottese a tale scelta alimentare della madre, in senso unilaterale, giungeva a disporre che la minore adottasse a scuola una dieta priva di restrizioni.

Nel caso in esame, dunque, l’interesse della minore viene in considerazione quale criterio di giudizio nel conflitto tra genitori, in ordine alle decisioni che riguardano la cura, l’educazione e l’istruzione dei figli.

La rilevanza pubblica di detto interesse richiede che sia il giudice, in mancanza di accordo tra i genitori, ad individuare la soluzione più idonea al benessere della prole minorenne, senza tuttavia che l’interprete possa contare su norme che offrano uno schema tipico di intervento dell’autorità giudiziaria.

In conclusione, il tema della scelta, legata a ragioni etiche, religiose o salutiste, del regime alimentare, che però comporti restrizioni nutritive per i figli, pone il problema del contemperamento tra i diritti dell’individuo garantiti dalla Costituzione: da un lato la libertà dei genitori di attuare il proprio orientamento ideologico, dall’altro quello dei figli di non subire pregiudizio alla propria crescita psicofisica o di non essere danneggiati nella vita di relazione.

Poiché i titolari di tali situazioni, genitori e figli, hanno pari dignità, il criterio dirimente per garantire l’attuazione del bene “salute” (in senso ampio) è comunemente indicato nell’interesse del minore, soggetto da proteggere nella fase evolutiva, interesse che le fonti nazionali, sovranazionali e giurisprudenziali definiscono “superiore”. Ma tale nozione è inafferrabile, indeterminata ed utilizzata spesso in modo apodittico dagli operatori del diritto e porta a giudizi diversi, oltre che opinabili, in controversie giudiziarie delicate che riguardano questioni esistenziali della persona.

La formula estesa del principio, se determina un’ampia discrezionalità in sede applicativa, impone, tuttavia, un metodo rigoroso di indagine del benessere del figlio per individuare la soluzione più idonea nel caso concreto.

In particolare la scelta del regime alimentare, che attiene alle decisioni di maggiore importanza, va presa di comune accordo dai genitori. In mancanza, il giudice dovrà, quindi, avere riguardo alla salute del minore ed alle sue esigenze di crescita, avvalendosi di supporti scientifici, di valori estranei al rigoroso sistema del diritto positivo e di massime di esperienza.

Avv. Rosalida Trancucci del Foro di Torino

(da Famiglia e diritto n. 6/2017)

Il mobbing

mercoledì, settembre 29, 2010 @ 03:09 PM
Autore: Avv. Rosalida Trancucci

La parola “mobbing” è ormai abbastanza diffusa, forse in alcuni casi anche abusata.
Tuttavia, è risaputo che oggi, purtroppo, sono molti i casi di “mobbing”, e non sempre vengono riconosciuti.
Le stesse vittime hanno il timore di ammettere di essere “mobbizzati”, forse per timore di perdere il lavoro, o forse per la paura di uscire allo scoperto e poi non ottenere giustizia.
Infatti, sempre più spesso i giudici sono molto molto cauti nel pronunciare sentenze che accertano casi di “mobbing”, con un conseguente ristoro dei notevoli danni subiti per mezzo di un risarcimento di tipo economico. Inoltre, la “Società”, in senso lato, difficilmente riconosce che una persona è vittima di mobbing, si pensa piuttosto che abbia manie di persecuzione, o che vi sia antipatica tra lavoratore e datore di lavoro, o che si tratti di discriminazioni razziali o sessuali, o chissà cos’altro, ma non di “mobbing”.
Persone, vittime di violenze, non sempre, o non solo fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche, vittime di soprusi perpetrati ai loro danni giorno dopo giorno.
Vittime di violenza che potrà chiamarsi o presentarsi in qualunque forma: molestie, maltrattamenti, violenza morale, sessuale, fisica, crudeltà mentale.
Il maltrattamento morale, più di quello fisico, ha effetti subdoli, che si ripercuotono non solo sul soggetto mobbizzato, ma anche sulla sua famiglia o su chi circonda il maltrattato. Gli effetti sono sempre più gravi di quello che può apparire.
E’ necessario che le persone che subiscono maltrattamenti prendano, prima di tutto, coscienza di ciò che sta loro accadendo e che si facciano aiutare anche da professionisti in grado di farli uscire da questa spirale di violenza.

Molti ricorrono all’Avvocato, prima ancora di aver avuto un incontro con uno psicologo o uno psicoterapeuta.
Se i comportamenti posti in essere non casualmente e non sporadicamente nei confronti del lavoratore da parte del datore di lavoro, di colleghi, o di un superiore, causano nel malcapitato un disagio grave, o comunque un danno a livello psicologico, si tratta di ben altra cosa della più volte riconosciuta giudizialmente “dequalificazione professionale”.
Infatti, molto spesso accade che casi di vero e proprio mobbing vengano fatti passare per casi di dequalificazione professionale, che è molto ricorrente, ma non così deleteria come il mobbing.
Purtroppo il vero mobbing è molto difficile da provare giudizialmente, poiché chi lo pone in essere è molto attento a non avere testimoni! Dunque, alla fine, tutto si risolve con il ricalcolo di quanto spetta al lavoratore/trice con l’attribuzione dell’esatta qualifica. Il danno da mobbing va ben oltre tale calcolo ed è ben più articolato.

Risulta veramente complesso e difficile provare che il comportamento posto in essere dal superiore, dal datore di lavoro, o dal collega configuri effettivamente ipotesi di “mobbing”. Chi lo attua, lo fa con malizia ed è molto attento a non fornire prove alla sua “vittima”, tuttavia non è impossibile ottenerle.
Oltre a provare quanto si va a denunciare alle Autorità, necessitano tutta una serie di valutazioni in merito al disagio psichico subìto e ciò può essere fatto solo da professionisti preparati in materia.

Quando si parla di “mobbing”, quasi sempre si fa riferimento al mondo del lavoro, mentre tale terminologia viene usata anche in ambito familiare.
Recentemente ho letto un libro di Annamaria Bernardini De Pace: “Calci nel cuore”, che fa riferimento a casi di “mobbing familiare”.
Storie veramente toccanti e reali, storie di violenza domestica che si consumano fra le pareti di casa, che vengono taciute per “amore” dell’altro.
Vittime e carnefici e nel mezzo innocenti – i figli -.
Ciò che serve veramente è prendere coscienza di quel che accade.

In caso di incidente stradale

mercoledì, settembre 29, 2010 @ 03:09 PM
Autore: Avv. Rosalida Trancucci

Quando succede un incidente stradale, anche se di lieve o media entità, spesso si rimane impressionati ed in preda al panico.
Innanzitutto, si deve mantenere la calma!
In caso di persone che sono rimaste ferite nell’incidente, anche se all’apparenza lievemente, chiamare il 118 e se non si ha una minima preparazione di primo soccorso, non muovere e non tentare di curare i feriti, poiché le loro condizioni potrebbero aggravarsi.

Se i veicoli coinvolti sono sulla sede stradale e se il luogo è poco visibile per conformazione ambientale o per l’illuminazione, cercate di segnalare l’ingombro ed il pericolo – a debita distanza – con gli appositi dispositivi, rimanendo al bordo della carreggiata ed indossando il gilet previsto dal Codice della Strada.

Chiamate la Polizia Municipale o altra Autorità che possa redigere un verbale dell’accaduto e per i rilievi.

Prima che arrivino le Autorità, se possibile, cercate di non spostare i mezzi coinvolti nell’incidente e se vi sono altre persone presenti cercate di ottenere i dati per eventuali testimonianze, segnalandoli anche all’Autorità che interverrà.

Se dopo aver causato l’incidente, uno dei mezzi si dilegua, è necessario annotare la targa ed il tipo di veicolo, al fine di effettuare delle ricerche per individuare gli eventuali responsabili.

Redigete il “Modulo di constatazione amichevole di incidente”, cosiddetto “C.A.I.”, indicando chiaramente le modalità del sinistro, la data, l’ora, ed il luogo. Servono inoltre i dati dei conducenti e dei proprietari degli autoveicoli, il modello e le targhe, le Compagnie di assicurazione ove i veicoli sono assicurati, il nome di eventuali testimoni e se non ci sono contestazioni sulla dinamica del sinistro e sulle responsabilità, al fondo deve essere apposta la firma delle parti coinvolte nel sinistro, nel caso di feriti devono essere indicate le generalità nel retro del modulo.

Qualora il modulo non venisse firmato da entrambe le parti ha comunque valore per la denuncia del sinistro alla propria Compagnia di assicurazione, che solitamente deve avvenire tempestivamente (possibilmente entro 3 giorni dall’accaduto), in quanto contiene tutti i dati necessari per rendere più rapida la procedura di risarcimento.

QUALCHE CONSIGLIO UTILE: Con i telefoni cellulari di nuova generazione, o se avete una macchina fotografica a portata di mano è consigliabile fare delle fotografie nell’immediatezza del fatto, proprio per rilevare la posizione ed i danni dei veicoli coinvolti, prima che vengano spostati, qualora creino grave intralcio.

Reperire i dati di eventuali persone presenti al fatto, per comunicarli alla Polizia Municipale intervenuta ed all’Assicurazione.

Tutto quanto sopra indicato è necessario per avviare la pratica di risarcimento del danno subìto (materiale, cioè all’autoveicolo, e/o fisico).
Il professionista incaricato potrà così inoltrare una richiesta di risarcimento con lettera raccomandata a.r., sia al proprietario dell’autoveicolo, sia alla sua Compagnia di assicurazioni.
Inizierà così una trattativa, stragiudiziale, con i liquidatori incaricati del sinistro. Qualora non fosse raggiunto un accordo sulla somma relativa ai danni subiti, verrà attivata la procedura giudiziale.

Descrivere in poche righe tutta la procedura relativa al risarcimento dei danni risulterebbe troppo complesso. Tuttavia, si deve evidenziare che sovente è necessario l’intervento di un professionista che sia in grado di districarsi nei complessi meandri della burocrazia attuata dalle Compagnie di Assicurazioni, che assumono atteggiamenti non sempre troppo limpidi.
Come noto alcuni operatori assumono atteggiamenti dilatori o pongono in essere tentativi di pagamento in misure minime, pressoché irrisorie, richiedendo la firma per quietanza al danneggiato.
Se proprio volete ricorrere al “fai da te”, non firmate mai nulla se non siete certi che l’offerta proposta sia il reale ammontare del risarcimento che Vi spetta.

Va evidenziato, inoltre, che le norme in materia sono numerose e complesse ed attualmente sono state notevolmente modificate e continuano ad essere in continua evoluzione.

Numeri telefonici utili: 112 Carabinieri; 113 Polizia; 115 Vigili del Fuoco; 116 Soccorso stradale ACI; 118 Soccorso Avanzato.

Separazione e divorzio

mercoledì, settembre 29, 2010 @ 08:09 AM
Autore: Avv. Rosalida Trancucci

COSA S’INTENDE PER DIVORZIO BREVE?

Dall’entrata in vigore della Legge n. 55/2015, sul divorzio breve, non è più necessario per i coniugi aspettare tre anni dal decreto di omologazione della separazione, in caso di separazione consensuale, o dal deposito della sentenza, nel caso di separazione giudiziale.

Il tempo massimo che i coniugi separati dovranno aspettare sarà di un anno, che si ridurrà a sei mesi nel caso di separazione consensuale.

In ogni caso resta, comunque, l’obbligo di procedere prima con la separazione, considerata “un passaggio intermedio”, che non è stato abolito, poiché, proprio da tale pronuncia decorreranno i suddetti termini per divorziare.

Si parla, dunque, di DIVORZIO “BREVE” proprio per la modifica del tempo che dovrà decorrere dalla pronuncia di separazione, che ante riforma era di tre anni.

Precisato quanto sopra, quindi, se la convivenza fra i coniugi diventa impossibile per i più svariati motivi, marito e moglie potranno separarsi, distinguendo fra due possibili forme di separazione.

Se i coniugi sono d’accordo sulle condizioni di separazione, potranno separarsi “CONSENSUALMENTE”, risparmiando tempo e soprattutto denaro.

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE può essere effettuata nei seguenti modi:


  • In Tribunale viene depositato ricorso per richiedere la fissazione di un’udienza ove i coniugi compariranno innanzi al Presidente del Tribunale, che tenterà una conciliazione e se non avrà esito positivo, procederà ad “omologare” le condizioni proposte dai coniugi per ottenere la pronuncia di separazione e l’autorizzazione a vivere separati.
  • In Comune, innanzi all’Ufficiale di Stato civile, al quale i coniugi potranno rivolgersi quando non ci sono figli e beni da dividere. Le parti si presenteranno una prima volta in Comune per tentare una conciliazione e, dopo 30 giorni, verrà confermato l’accordo di separazione.

In questo caso non è necessario il patrocinio di un avvocato.

  • Con la negoziazione assistita per la quale è prevista l’assistenza alle parti dei rispettivi avvocati e tale procedura è possibile anche in presenza di figli e di divisione di beni. A provvedere a tutto il disbrigo delle pratiche per la convalida dell’accordo da parte del Tribunale saranno gli avvocati.

Tale procedura è sicuramente molto più celere rispetto alle tempistiche che si prospettano con il deposito del ricorso in Tribunale.

Si deve evidenziare, tuttavia, che se i coniugi sono d’accordo sulle condizioni di separazione e vogliono essere tutelati entrambi da un solo avvocato, saranno obbligati a procedere con il deposito del ricorso per separazione consensuale, poiché la procedura di negoziazione assistita prevede che ogni coniuge sia patrocinato da un avvocato, con la conseguenza di dover sostenere il costo di due avvocati.

Ottenuta la pronuncia di separazione, che verrà annotata a margine dell’atto di matrimonio, i coniugi potranno vivere separati.

Il problema di scegliere una delle modalità sopra indicate non si porrà, invece, nel caso in cui i coniugi non sono d’accordo sulle condizioni di separazione, ovvero, se uno dei coniugi ritiene che non ci siano i presupposti per l’AFFIDAMENTO CONDIVISO DEI FIGLI, ovvero, se c’è discordanza su chi coabiterà con gli stessi.

In tutti questi casi sarà necessario depositare un ricorso per “SEPARAZIONE GIUDIZIALE”.

Il Presidente del Tribunale adito, con il deposito del ricorso, all’udienza di comparizione dei coniugi, li sentirà personalmente, disporrà, se necessario, dei provvedimenti provvisori ed urgenti per quanto riguarda l’eventuale mantenimento dei figli e la loro collocazione presso il genitore ritenuto più idoneo ad occuparsi di loro, l’assegnazione della casa coniugale a chi coabiterà con i figli e l’eventuale contributo al mantenimento del coniuge economicamente più debole e così via, con riferimento alle richieste formulate dalle parti nei rispettivi atti difensivi, quindi, nominerà un Giudice Istruttore che sarà investito della causa, per la prosecuzione della stessa nella fase istruttoria.

QUALCHE CONSIGLIO UTILE

La separazione presuppone sempre l’AFFIDAMENTO DEI FIGLI AD ENTRAMBI I GENITORI, in maniera CONDIVISA e dunque, la potestà parentale rimarrà in capo ad entrambi i genitori, anche se dovrà essere deciso con quale genitore coabiteranno in modo prevalente.

I giudici cercano sempre di garantire ai minori serenità, stabilità e continuità nelle loro abitudini quotidiane e per tali motivi evitano di sradicarli dall’ambiente familiare in cui hanno vissuto sino alla separazione dei genitori.

I motivi per opporsi all’affidamento condiviso dei figli devono essere seri e veramente gravi e quindi, una richiesta di affidamento esclusivo da parte di uno dei genitori deve essere ben motivata e fondata su valide argomentazioni, che consentano al Giudicante di poter decidere.

Si deve precisare che ogni caso è unico e deve essere oggetto di studio, poiché ogni coppia ha la sua storia ed i suoi vissuti familiari e dunque, difficilmente paragonabile a casi di amici, parenti, conoscenti o di storie raccontate in trasmissioni televisive.

A PROPOSITO DI DIVORZIO

Per dirsi definitivamente “addio”, non è quindi sufficiente la dichiarazione di separazione, ma i coniugi separati dovranno attivarsi per ottenere la pronuncia di divorzio.

Decorso un anno dalla sentenza di separazione giudiziale, ovvero, sei mesi dall’omologazione della separazione consensuale i coniugi, che erano stati autorizzati dal Tribunale a vivere separati, se ne hanno l’interesse, possono chiedere lo scioglimento del matrimonio civile, o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (religioso), in parole povere possono chiedere il divorzio.

Anche in questo caso se vi è accordo fra i coniugi può essere depositato un RICORSO PER DIVORZIO CONGIUNTO, mentre, come spesso accade, se vi sono delle richieste da una delle parti, che l’altra non riconosce siano dovute, verrà depositato un RICORSO PER DIVORZIO GIUDIZIALE.

Nel caso in cui i coniugi siano d’accordo sulle condizioni di divorzio potranno procedere:

  • In Comune, innanzi all’Ufficiale di stato civile;
  • In Tribunale;
  • Con la negoziazione assistita.

come innanzi spiegato nel caso della separazione consensuale.

Spiegare in poche righe un istituto così complesso come il divorzio risulta veramente difficile.

E’ consigliabile, quindi, prima di procedere, parlarne con il proprio legale di fiducia, che potrà cercare di mediare fra le parti, ma potrà anche indirizzare i coniugi ad un centro di mediazione familiare, al fine di dirimere le conflittualità presenti nella coppia.

Così facendo, in alcuni casi, l’avvocato potrà riuscire a trasformare una separazione o un divorzio giudiziale in una separazione consensuale o in un divorzio congiunto, guadagnando sui tempi e sui costi della giustizia, o addirittura, (molto raramente) riuscendo a giungere ad una riconciliazione fra i coniugi.

Si deve infine precisare che sia la separazione, sia il divorzio possono essere richiesti anche da uno solo dei coniugi, anche quando l’altro afferma di non voler procedere.

In questi casi, però, sarà necessario procedere esclusivamente in modo giudiziale.

Avv. Rosalida Trancucci del Foro di Torino